Bertarelli: “Ho giocato con miti viventi. Porterò dentro in eterno P. Mantovani e la vicinanza dei tifosi”.

Mauro Bertarelli, che oggi ha rilasciato un’intervista a il Secolo XIX, arrivò alla Samp scudettata nel 1992 nell’ambito dell’affare che portò Vialli alla Juve. Aveva 21 anni e la nomea di attaccante predestinato visto che coi suoi gol aveva appena riportato l’Ancona in A e gli azzurrini dell’under 21 sul tetto d’Europa. In quella Samp aristocratica, con Eriksson in panchina, c’erano mostri sacri da cui rubare segreti a piene mani: Mancini, Chiesa, Bellucci, Lombardo, Vierchowod. L’anno dopo arrivò dal Milan un certo Gullit. Trovare spazio in quello squadrone non era facile ma il giovane Bertarelli ci riusciva talvolta segnando pure qualche gol (il primo nel derby).Fino a quel tragico settembre 1994 nel primo turno della Coppa delle Coppe contro gli sconosciuti norvegesi del Bodo/Glimt in cui tutto precipitò e il sogno s’interruppe nel modo peggiore, con un ginocchio sbriciolato.

Ricorda? «E come si può non ricordare, era appena iniziata la partita e non faccio che pensare e ripensare al fatto che quel match non l’avrei dovuto giocare e invece lo giocai».

Perché? «Avevo avuto un problema muscolare ed ero stato incerto fino al riscaldamento. Poi feci un consulto con Viganò, preparatore atletico, ed Erikkson, e siccome mi sembrava di non avere fastidio decidemmo di provare. La mia partita durò pochi secondi, giusto un paio di minuti e poi quell’infortunio».

Lo ricorda quello scontro col portiere? «Come potrei scordarlo: lanciò di Ferri da dietro, io che mi lancio sul pallone, il portiere che esce un po’ scomposto fin quasi fuori dall’area e mi aggancia il ginocchio. Mai sentito così tanto dolore, pensavo di essermi rotto del tutto la gamba. Quando mi portarono fuori dal campo pensavo di morire».

Quel portiere (Rohnny Westad) l’ha più sentito? «No, né lui né quella maledetta squadra norvegese che ci sfidava. Il portiere non venne neppure dopo negli spogliatoio, lasciamo stare va».

Da li la sua carriera sostanzialmente finì. «Praticamente sì. Sono stato fermo quasi due anni, due operazioni, la prima andata male e quando sono rientrato a Marassì dopo un anno e 8 mesi dopo non ero più lo stesso. Sentivo quel ginocchio sinistro sempre debole, per riprendermi dopo una partita ci impiegavo tre giorni per il dolore. Non ero più io».

Andava in campo con la paura? «No, quella mai. Il coraggio non mi è mai mancato, i tifosi sampdoriani me lo hanno sempre riconosciuto e questo fa piacere. Di quel quadriennio alla Samp le cose che mi porterò dentro in eterno sono Paolo Mantovani, personaggio unico, la vicinanza dei tifosi e poter vivere a contatto con quei campioni. Erano dei miti viventi per me».

Chi la emoziona di più? «Difficile dirlo. Erano tutti dei mostri per me: Mancini, Vierchowood, Lombardo, Platt. Devo dire però che l’arrivo di Gullit, che era già un mito assoluto, mi lasciò di stucco. Era un mostro in allenamento e un grandissimo».

Chi era il più matto? «Direi Lombardo ma non matto: simpaticissimo, sempre in buona, l’addetto alla risata che trascinava tutti».

Diceva di Mantovani padre, che ricordo ha? «Un gran signore, sono ancora in contatto con la figlia. Ricordo una presentazione sotto la Sud con lui che mi chiamò con enfasi e il coro dei tifosi. Ho la pelle d’oca se ci ripenso».

Segnò pure nel derby. «Immaginatevi. Era il mio primo gol in A, sotto la Sud, a 22 anni, appena entrato in campo. Vincemmo 4-1. Toccavo il cielo con un dito. Per quello dico che se ci ripenso, a com’è poi andata la carriera, è tanto il rammarico. Ma devo conviverci, la vita non va come vogliamo e c’è gente che perde di più di ciò che ho perso io».

Sembra una ferita ancora aperta però… «Un po’ lo resterà in eterno. Ancora oggi quando faccio una corsetta sento una gamba buona e una no perché i postumi delle tante operazioni tornano a galla».

Ai figli che racconta? «Sono tre maschi, il primo è nato a Genova, l’ultimo ha 7 anni, ovviamente amano il calcio ma io cerco di trasmettergli solo i ricordi belli. Sono un positivo e non voglio che pensino che il il loro papà ex attaccante sia uno che recrimina. Ho avuto la fortuna di giocare con dei giganti e la Samp è stato un bel sogno»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *