Vialli: “Il calcio è meraviglioso ma terrorizza, sei nudo in un’arena. Se non c’è il pubblico non è la stessa cosa”.

Il calcio senza pubblico è una specie di ossimoro, come il distanziamento sociale… «Sì e non è bello. Quando lo guardo in tv devo mettere l’opzione per ascoltare il tifo, so che è finto, però senza mi sembra di vedere una partita d’allenamento. Il calcio si gioca in uno spazio particolare dove sei nudo in un’arena davanti ad un pubblico. È meraviglioso, ma terrorizza e se non c’è pubblico non è la stessa cosa, sia per chi fa il calcio sia per chi lo vede da casa».

C’è un po’ di confusione in questa vicenda calcio-Covid. Da dove bisogna ripartire? «Dalle regole che devono essere certe, dal rispetto verso queste regole e dell’autorità che decide, dal rispetto della salute dei calciatori e di tutti quelli che fanno parte dell’ambiente. E da molto buon senso: bisogna dimenticare gli interessi personali o di parte per fare l’interesse del movimento. Dobbiamo trovare il modo di continuare a giocare nelle condizioni più sicure possibili».

Ci si rende conto che il calcio è un gioco che fa buona parte del prodotto interno lordo di questo paese? «A volte si, ma altre si pensa sia soltanto un gioco. Il calcio è un gioco che però è diventato un business che regala emozioni e ricordi a chi lo guarda, muove tanti interessi economici e produce lavoro. Abbiamo il dovere di fare il possibile perché questo business non si fermi. Per l’aspetto economico, ma anche per dare alla gente emozioni, ricordi e felicità».

Cosa può fare questa Italia? «Può fare molto bene. Sono rimasto impressionato dalla bravura di Roberto che ha capito subito che il c.t. non può essere un rivoluzionario, non può portare un sistema rivoluzionario perché non c’è il tempo, ma non deve neanche essere un conservatore. Lui fa un calcio efficace, offensivo, innovativo che piace molto al giocatori che l’hanno capito, quindi lo mettono In pratica con grande efficacia. E poi é un gruppo molto giovane. Avremmo voluto giocare l’Europeo, però un anno in più forse ci dà l’opportunità di crescere. Arriveremo a giugno più forti di quanto lo saremmo stati nel 2020».

Nel calcio Italiano sta emergendo una nuova generazione? «Non so se per motivi di bilancio, ma le società si sono finalmente stancate di prendere troppi giocatori all’estero, pagandoli cifre esagerate, talvolta misteriose. Mi sembra che ci sia più volontà di dare opportunità a ragazzi giovani. Investi sui giovani e poi ti ritrovi anche con bilanci migliori. Questi ragazzi sono sicuri, preparati, arrivano a testa alta, hanno fiducia in loro stessi. Poi Roberto ha grande coraggio: se vede un giocatore con un potenziale, lo chiama e lo prova.Una volta dovevi giocare almeno 150 partite in A per vedere una maglia azzurra. Oggi te la guadagni dimostrando un potenziale e poi però devi continuare, faticando e imparando».

Chi vincerà lo scudetto? «Credo che quest’anno sia difficile per la Juve. Ma questo al dl là del cambiamento di allenatore. È quasi fisiologico, dopo nove anni. che gli altri abbiano trovato le contromisure e che tu possa sentirti un po’ appagato. Anche se II senso di appagamento alla Juve, lo ne so qualcosa, non esiste, non e previsto. Alla Juve devi allenarti come se non avessi mal vinto una partita e devi giocare come se non ne avessi mai persa una. Però le altre adesso credo siano pronte a competere. Non so chi lo vincerà, ma credo che quest’anno le altre, oltre ad essersi rafforzate, forse sentiranno meno dl prima che II campionato è scontato lo vinca la Juve. Sarà più aperto».

«L’Atalanta mi piace da morire, e una squadra nella quale avrei voluto giocare perché II gioco dl Gasperini per un attaccante è l’ideale. TI coinvolge, fai un sacco dl gol, fatichi e ti diverti. I bergamaschi giocano con quello spirito che mi piace: avventuroso, coraggioso. c’e altruismo, giocano con continuità e da squadra. Che poi sono I valori che cerchiamo In Nazionale. Non vogliamo teste di cavolo, vogliamo giocatori altruisti. coraggiosi, che abbiano fame e garantiscano continuità. lo queste cose le vedo nell’Atalanta. La società sa di quali giocatori ha bisogno, quando li va a comprare non sbaglia, dal settore giovanile escono del talenti fantastici che poi magari valorizza, vende, reinveste. E’ un modello che molte società farebbero bene a seguire».

La Gazzetta dello Sport

 

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