Vialli: “Un giorno mi piacerebbe fare il presidente di una squadra. Farei un sacco di cavolate, però ho anche tante idee”.

Luca Vialli intervistato sulle pagine de La Gazzetta dello Sport affronta diversi argomenti, dal passato alla Samp alle idee sul futuro, passando per il presente, ecco le sue parole:

Ricordi il primo pallone della tua vita? «Era un pallone arancione di plastica. Qualcuno ha detto che per avere successo nella vita devi capire presto e con chiarezza quello che vuoi fare da grande. lo credo di averlo capito subito. Una volta, a due anni, così mi ha raccontato mia mamma, ho dato un calcio a quel pallone arancione, mi sono innamorato e ho deciso quello che avrei voluto fare per tutto il resto della mia vita».

Se dovessi dire a un bambino cosa è il calcio… Gli dai il pallone arancione e gli dici… «Che è gioia, ti permetterà di crescere, di migliorare, di imparare a stare in un gruppo, il rispetto delle regole, a rialzarti quando hai una battuta d’arresto e a cercare di superare sempre i tuoi limiti. E poi di non arrendersi se qualcuno ti dice che non hai talento. Il talento può essere la fine di un percorso, non necessariamente l’inizio. Bisogna sempre imparare. Bisogna avere doti che non hanno a che fare col talento: la determinazione, il rigore, l’abnegazione, l’energia, l’etica, la serietà, la puntualità… Il talento può essere un dono, ma anche una conquista».

Quanto di tutto questo ti è servito nella battaglia più importante contro il tumore? «Non l’ho mai considerata una battaglia, perché ho sempre pensato che il cancro è meglio tenerselo amico. L’ho sempre considerato un compagno di viaggio che avrei evitato. Adesso cercherò di farlo stancare, in modo che poi mi lasci proseguire. Comunque sì, questo modo di intendere la vita mi è servito molto, perché se fai il calciatore impari la disciplina e quindi accetti certe cose che devono essere fatte durante la malattia, impari a non lamentarti. La vita è per il dieci per cento quello che ti accade e per il novanta quello che tu produci con intelligenza, passione, capacità di reazione».

Quando hai saputo di stare male quale è stato il primo pensiero? «Ero talmente scioccato che non ho pensato tanto alle possibili conseguenze. Ho voluto che mi dicessero esattamente quello che avrei dovuto fare. Operazione, chemio, radio. È come quando ti rompi un ginocchio, c’è un momento di shock e poi dici ok, va bene: la diagnosi quale è e quale è il periodo no? E cosa dovrò fare in quel periodo? Quindi l’ho vissuta con la testa dell’atleta. Dopo, quando ho cominciato a metabolizzare, l’ho vista più da padre e da figlio e quindi è stata più dura. Molto più dura».

Di fronte alla malattia si è più egoisti e più altruisti? «Egoista nel senso buono della parola, altruista perché ti metti anche nei panni di chi ti vuole bene, di chi, nel vederti in difficoltà, soffre. Però in questa fase della mia vita mi sforzo di essere positivo. In verità me la faccio anche addosso tantissimo e ho dei momenti difficili da gestire dal punto di vista emotivo, però vedo questa fase anche come un’opportunità. Se è arrivata è perché avevo bisogno di viverla e di imparare qualcosa e quindi di continua-re il mio percorso di crescita umana. È quello che sto facendo. Con fatica e ottimismo».

Il momento più bello della vita da calciatore? «Tanti: vincere lo scudetto con la Samp, sicuramente. Era la prima volta della storia, completavamo un percorso, dimostravamo che davvero Davide può vincere contro Golia. Prima ancora ero nella Cremonese che tornò in A dopo cinquant’anni. Alla Juve, poi, la vittoria in Champions. Ancora oggi la gente mi dice: “Lei è l’ultimo capitano che ha alzato la coppa”. Per un paio d’anni questa cosa mi aveva fatto anche piacere, adesso dico: “Ma come? E tutto il resto che ho fatto, se lo sono dimenticato?”. E poi mi piacerebbe essere stato il capitano che ha vinto la coppa di una società che la coppa se la deve assicurare almeno un anno sì e tre no. Anche da allenatore ho avuto momenti di grande soddisfazione. Vorrei dire che sono stato fortunato, però se lo dico svilisco il culo che mi sono sempre fatto».

Chi è il centrocampista che ti faceva i Lanci più belli? «Sono stato molto fortunato perché ho giocato con Roberto Mancini, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Gianfranco Zola. Cioè i quattro migliori numeri 10. Manca Totti, perché è più giovane di me. E io mi sono fatto un mazzo cosi per loro, che avevano meno attitudine alla corsa rispetto a me. Però mi hanno sempre ripagato con assist incredibili. Con Roberto scherzo sempre: `Ogni tanto tu buttavi la palla avanti, io la prendevo, la mettevo giù, stop impossibile, controllo surreale, ne scartavo due o tre, facevo gol e il giorno dopo leggevo sui giornali “gol di Vialli, ma gran-de assist di Mancini”».

Boskov diceva: «Uomini non piangono quando perdono partita». Tu hai pianto? «Sì, dopo la finale di Champions a Wembley contro il Barcellona, con un goal di Koeman a pochissimo dalla fine. Sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita in blucerchiato e quindi c’era, dal punto di vista emozionale, un doppio carico. Anche Roberto era molto deluso e nello spogliatoio, quando tutti se n’erano andati, abbiamo cominciato a piangere. Boskov entrò e ci disse: “Uomini non piangono, quando perdono partita”. Ma io non ci ho mai trovato niente di cui vergognarsi. È giusto e l’ho imparato anche in quest’ultimo periodo. Me lo dice sempre mia moglie: se hai qualcosa dentro, devi farlo venire fuori. Se devi piangere fallo, piangi, emozionati. Sono sempre stato d’accordo con Boskov, ma non in questo caso».

C’è qualcosa nel calcio che vuoi ancora fare? «Si, è per questo che vorrei vivere ancora per qualche anno almeno, ho tante cose che voglio fare. Sono felicissimo di fare il capodelegazione dell’Italia. Un giorno mi piacerebbe, dopo aver imparato, fare il presidente di una squadra. Farei un sacco di cavolate, però ho anche tante idee e tante cose che vorrei provare a cambiare, per rendere il calcio uno sport migliore».

«Vorrei che le società di calcio fossero più sostenibili dal punto di vista economico-finanziario, che non fossero sempre sull’orlo del precipizio, che ci fosse più fair play, che le società facessero più per la comunità, che il tifoso non fosse soltanto un cliente ma anche un partner veramente coinvolto nella vita della società. Vorrei creare un ambiente di lavoro in cui ci siano tanti valori e creare una cultura giusta per crescere come uomini e come giocatori. Sono idee un po’ da sognatore, da idealista. Ma so che nello sport bisogna vincere. Se vinci le partite guadagni più soldi, hai più sponsor e se guadagni più soldi puoi investirli nella tua idea di società. È una sfida che mi interessa».

A un certo punto ti voleva comprare il Milan e tu dicesti «preferisco vivere». Perché? «Ero alla Samp da due anni, ero talmente coinvolto nel progetto per cui non mi sembrava bello lasciare. Poi vivevo bene, ero pieno di amici, appunto i ragazzi della Samp, sole, mare, si mangiava bene. Il Milan era il nuovo Milan di Berlusconi, lo guardavamo con ammirazione. Però se sei innamorato di una ragazza, ne viene un’altra, fai fatica… In effetti non so se sia un paragone calzante, io a volte non ho fatto cosi fatica… Però ero troppo preso dalla Samp, la ragazza di allora».

E perché invece alla Juve si? «Avevo ventotto anni, avevamo completato la missione Samp, vinto lo scudetto, giocato la finale di Champions e ritenevo che fosse il momento giusto per cambiare. Eravamo d’accordo con il presidente Mantovani, anche lui voleva monetizzare, magari rifare un po’ la squadra e prepararsi ad un nuovo ciclo»

 

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