Mancini: Bobby gol , da quando era bimbo al successo. Foto e video in esclusiva

Prima parte della storia di Roberto Mancini, tutte le immagini e video inediti . Dalla sua autobiografia tutte le dichiarazioni

Buona lettura

Il numero “10” è quel giocatore che stupisce ed emoziona, “spiazza” tutti con un gesto atletico di cui forse neppure lui ha piena consapevolezza, e da subito questo numero è nel mio destino: me lo affidarono quando non avevo ancora 6 anni, e lo porto con me da quando ho indossato la mia prima maglia nella squadra di calcio dell’oratorio San Sebastiano di Jesi. Il regalo che chiedevo a Natale ogni anno era sempre lo stesso: le scarpe da calcio (allora di pezza) e un pallone di cuoio.

Potevo andare al Milan, ma la convocazione arrivò per sbaglio alla Real Jesi (che aveva organizzato il provino grazie a Gabrielle e Andrea Cardinaletti), anziché all’Aurora Jesi, società con cui ero tesserato.

In rossoblu ho trovato un settore giovanile perfetto, con tecnici di qualità come Perani, Fogli, Soncini, Bonini, Zagatti, Mantovani e il suo segretario Generale, Emidio Martelli. Bologna è stata la città ideale per crescere: lì ho conosciuto persone speciali che mi hanno adottato e voluto subito bene. Bologna mi proiettò nel grande calcio: il 13 settembre 1981 la mia prima volta in Serie A (avevo solo 16 anni) grazie al tecnico Tarcisio Burgnich debuttai in Bologna-Cagliari.

Il primo goal in Serie A arrivò a meno di un mese dall’esordio: fu la mia prima rete a cristallizzare il definitivo pareggio del 2-2 al minuto 78 di Como-Bologna. La prima delle 9 reti che riuscii a realizzare nel mio primo campionato nella m

Il numero “10” è quel giocatore che stupisce ed emoziona, “spiazza” tutti con un gesto atletico di cui forse neppure lui ha piena consapevolezza, e da subito questo numero è nel mio destino: me lo affidarono quando non avevo ancora 6 anni, e lo porto con me da quando ho indossato la mia prima maglia nella squadra di calcio dell’oratorio San Sebastiano di Jesi. Il regalo che chiedevo a Natale ogni anno era sempre lo stesso: le scarpe da calcio (allora di pezza) e un pallone di cuoio.

Potevo andare al Milan, ma la convocazione arrivò per sbaglio alla Real Jesi (che aveva organizzato il provino grazie a Gabrielle e Andrea Cardinaletti), anziché all’Aurora Jesi, società con cui ero tesserato.

Il destino aveva deciso Bologna e così lasciai solo tredicenne Jesi, città dove ero nato, ed il calore dell’affetto dei genitori. Vivo è il ricordo del provino organizzato grazie alla determinazione di mio padre (che mi disse “gioca più indietro così hai più palle e possono notarti”…), poi io fui artefice del resto. Dopo 40 minuti di prova fui convocato nell’ufficio del Bologna Calcio giovanili per firmare un contratto (siglato da papà perché ancora tredicenne!).

La prima persona ad aver compreso che il calcio era il mio futuro fu Aldo, mio padre. Un uomo che prima della passione per il calcio mi ha trasmesso il valore dell’onestà e della semplicità. Mia madre Mariannaavrebbe preferito evitare il mio allontanamento da Jesi: sapevo che restando a casa avrei fatto poco, dovevo andare via da tutto e da tutti. Difficile trasmettere in parole i sentimenti ed i pensieri di quegli anni: felice ma spaventato, determinato ma non ancora consapevole del mio talento. Seguii l’istinto (come faccio ancora oggi) e questo mi ha portato lontano.

Il mio obiettivo era giocare a calcio e rimasi stupito quando compresi che il Bologna mi avrebbe riconosciuto un rimborso spese (90 mila lire al mese!): ero perplesso perché venivo pagato per giocare a calcio e divertirmi

!Attirai l’attenzione del settore giovanile rossoblu e dopo solo 3 anni (appena sedicenne) esordii nella squadra Primavera. Sono stati anni emozionanti e duri. Vedevo giocatori bravi e promettenti arrivare e poi andare, avevo paura che potesse accadere anche a me. E quindi lavoravo duro, mi allenavo, ero attento a non farmi male… dovevo dare di più, essere di più degli altri, farmi trovare pronto per la mia occasione…

Bologna è stata la città ideale per crescere: lì ho conosciuto persone speciali che mi hanno adottato e voluto subito bene. Bologna mi proiettò nel grande calcio: il 13 settembre 1981 la mia prima volta in Serie A (avevo solo 16 anni) grazie al tecnico Tarcisio Burgnich debuttai in Bologna-Cagliari.

Il primo goal in Serie A arrivò a meno di un mese dall’esordio: fu la mia prima rete a cristallizzare il definitivo pareggio del 2-2 al minuto 78 di Como-Bologna. La prima delle 9 reti che riuscii a realizzare nel mio primo campionato nella massima serie. Uno score importante per un ragazzino: il Presidente Paolo Mantovani fu incuriosito dalla mie capacità e mi portò nella sua Sampdoria. Una follia: per un sedicenne pagò al Bologna 2 miliardi e mezzo delle vecchie lire (rapportato ad oggi significherebbe pagare 40 milioni di euro per un sedicenne) più 4 giocatori. Il direttore sportivo del Bologna Paolo Borea, che era passato alla Sampdoria, fu decisivo nel convincermi a seguirlo a Genova. Da qui a poco nascerà la grande Sampdoria del Presidente Mantovani.

Solo a questo punto compresi che non avrei potuto fare altro che il calciatore, il lavoro più bello del mondo. Il mio sogno si stava realizzando, lo compresi quando molti Club mi volevano e Mantovani scelse me nonostante il prezzo. Miglioravo e iniziavo a capire che potevo farcela, dovevo sviluppare il fiuto per il goal e per la vittoria. Non volevo essere una meteora: era la mia chance, non potevo perdere. Ero consapevole che tutto poteva finire in un istante.

Per un giocatore conta anche il luogo le caratteristiche della città dove vive. Su Genova da subito presi un abbaglio, in occasione di una trasferta arrivando con il pullman avevo visto soltanto viadotti e periferie. In quell’occasione pensai “Qui non ci verrò mai a vivere….” sbagliavo! Ho trascorso a Genova 15 anni della mia vita e della mia carriera di Calciatore, lì sono diventato padre dei miei ragazzi Filippo, Andrea e Camilla.

Alla Sampdoria abbiamo fatto la storia con compagni di squadra eccezionali, con Paolo Borea direttore sportivo, Vujadin Boskov allenatore e soprattutto con il più grande presidente, Paolo Mantovani. A volte penso che uno come Mantovani non sia mai esistito. È stato un sogno, un uomo troppo grande per essere vero. Parlava una volta l’anno, ma quando apriva bocca era fulminante, gli bastavano due parole per arrivare al cuore dei giocatori. Un uomo ed un Presidente immenso, la sua morte un vuoto incolmabile. La Sampdoria, i suoi tifosi, la sua gente è rimasta in me. Incontrai per la prima volta il Presidente in Costa Azzurra (dove lui trascorreva le vacanze estive) accompagnato dal capitano della Samp, avevo 16 anni ma il feeling con il Presidente fu immediato, era un uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, un faro d’ispirazione.