Mancini: “Boskov e Eriksson mi hanno dato tanto. Var? Le decisioni non sono sempre le stesse e ogni anno cambiano 4-5 regole”.

Roberto Mancini ieri pomeriggio è stato il protagonista, insieme a Giovanna Melandri, del terzo incontro del ciclo “Allenatori. I guru del calcio in dialogo con gli intellettuali”, ideato da Marco Ansaldo con la collaborazione di Renzo Parodi. In più di 200 hanno affollato la Sala del Gran Consiglio di Palazzo Ducale per seguire l’evento.

Mancini si emoziona sempre un po’ quando torna a Genova e anche se non cade nelle domande-tranello, i suoi sguardi e i suoi sorrisi quando si parla di Samp sembrano i custodi di quello che tutti pensano, un giorno prima o poi tornerà.

«Giocavo nel Bologna e ricordo che venendo qui per affrontare il Genoa ero passato sul Ponte Morandi e mi aveva fatto paura. E poi, invece, ecco la Samp entrare nella mia vita. Mi dicono che se fossi andato a giocare in una grande, avrei vinto di più. Io dico che la cosa più grande che ho avuto nella vita è stata conoscere Paolo Mantovani. Probabilmente ho vinto po’ meno in quella Smp, ma vincere qui e fare felice lui è stato troppo più bello. Era 50 anni avanti a tutti, ha costruito un qualcosa di unico e irripetibile. Sono rimasto quindici anni a Genova, e mi sarei fermato anche di più. Poi vita e situazioni ti portano a giocare in altre città».

Il “Mancio” ricorda Boskov e Eriksson, «tecnici che mi hanno dato tanto». Gli ricordano quando era la Sampdoria a segnare 4 gol al Napoli, «… ma erano altri tempi».

Il dialogo con la Melandri tocca soprattutto la Nazionale, il ruolo sociale che ricopre nella società moderna, «siamo orgogliosi di avere riavvicinato gli italiani alla Nazionale. Adesso speriamo di farli contenti all’Europeo». Mancini ha fiducia nel calcio italiano, «sapevo e so che ci sono tanti giovani bravi. Ci sono sempre stati. A me tendenzialmente piacciono più i giocatori “scapestrati”, perché lo ero un po’ anch’io». Difende la nuova filosofia del calcio, «che è cambiato. È vero che abbiamo vinto quattro Mondiali giocando all’italiana, ma per me oggi è meglio avere una mentalità diversa, più offensiva, più europea. A costo di mettere a rischio la panchina. Perché poi contano sempre e soprattutto i risultati».

Un passaggio sul Var: «Prima ero contrario, poi quando lo hanno introdotto ho cambiato un po’ idea. Adesso dopo due anni ho qualche dubbio. Perché le decisioni non sono sempre le stesse, perché ogni anno cambiano 4-5 regole». E uno sulla tecnologia nel calcio: «Un tempo non c’era niente. Ricordo che la Samp mandò Arnuzzo a vedere una partita dello Jena, prima che giocassimo con il Karl Zeiss. Tornò, “sono undici bestie, alte e grosse”. Quando ci giocammo, non ce n’era uno in campo di quelli che aveva visto. Oggi questo non può più accadere, ma credo che l’occhio dell’allenatore conti ancora molto di più dei video»

Foto Repubblica
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