Kutuzov: “Lo stadio di Marassi, che brividi. Per me era un sogno, era tutto magico”.

Intervista a cura del Secolo XIX a Vitali Kutuzov, 40 anni pochi giorni fa, ha vestito il blucerchiato dal 2004 al 2006 per 75 presenze e 10 gol. Oggi vive a Varese e ha avviato un’attività da procuratore di calciatori.

Cosa pensa del fatto che solo in Bielorussia si giochi? «All’inizio ne ero quasi orgoglioso, negli ultimi tempi è cresciuta la perplessità. Con tutto il bene che voglio ai miei concittadini non posso pensare che tutto il mondo è stupido e
noi i più furbi. Ora dico attenzione, guardiamoci un attimo intorno, mi viene il dubbio che a casa mia non abbiano capito la dimensione del problema».

Da cosa può dipendere? «Non lo so, io vivo nella provincia di Varese e da lontano è difficile giudicare. Come si dice qui in Italia, pensare male è peccato ma qualche volta ci si azzecca: non vorrei che la Bielorussia stia soprattutto valutando i diritti tv e gli sponsor che in queste settimane sono sicuramente aumentati».

Speculano sul virus? «Non lo so, dico che qui dall’Italia è tutto molto strano rispetto a quanto succede nel resto del mondo. Non vorrei che qualcuno approfittasse della situazione. Io non sono un medico, ho fatto solo lo
sportivo e quindi non so giudicare, ma non vorrei che mettessero i calciatori su un campo di mine. Sono particolarmente interessato perché tengo al mio paese e ai miei giocatori a cui curo gli interessi. Mi sono impegnato con le loro famiglie».

Si spieghi meglio. «Ho fondato un’agenzia che si chiama VK1 che si occupa di cercare talenti in Bielorussia e gestire, sulla scorta della mia esperienza, tutto ciò che si trova ad affrontare un giovane calciatore. Per questo dico che spero tutto venga fatto nel rispetto della salute».

In pratica cosa pensa? «Vorrei che si prendesse una decisione non legata ai soldi ma alla salute di tutti».

Ma la gente va allo stadio? «No, il campionato va avanti a porte aperte ma le 8-9 tifoserie più grosse hanno deciso di non andare. La gente usa la testa, sente le notizie e si adegua. All’inizio… lasciamo stare».

All’inizio? «Mi piaceva pensare che fossimo più forti di tutti in Europa, che dessimo l’esempio di un popolo che non ha paura. Ma ora col passare delle settimane, vedendo cosa succede in tutto il mondo, sono realista».

Lei oggi cosa fa a parte l’hobby dell’hockey? «Ho creato quest’agenzia VK1 che cerca di seguire giovani talenti a casa mia e mette a disposizione l’esperienza per farli approdare al grande calcio. Nel mio paese siamo indietro sotto questo punto di vista e io cerco di lanciarli».

Difficile però che a un giovane capiti la sua sorte: preso da Galliani dopo un Milan-Bate Borisov di Coppa… «Confermo, è difficile (ride). Ma Galliani n on venne negli spogliatoi, mi chiamò il presidente del Bate Borisov dopo
la partita coi rossoneri e chiese se volevo andare a Milano».

E lei come reagì? «Come qualsiasi ragazzo. Mi venne una lacrima, mi misi a piangere. Ero un ragazzo normale, di un paese piccolo, a cui la vita cambiava. Avevo scavalcato il muro, è questo che voglio trasmettere ai miei ragazzi con l’agenzia di oggi».

Poi col Milan come andò? «Lasciò una persona in Bielorussia, il giorno dopo presi appuntamento per il visto per andare in Italia, dopo sei giorni partii per Milano».

E a quel punto? «Non avevo neppure il procuratore, quando arrivai a Milanello fui accolto da Galliani che fece la trattativa direttamente con me dopo le visite.
Mi vengono ancora i brividi se ripenso a quei momenti in via Turati».

Come andò la trattativa? «Galliani rideva perché per loro erano cifre ridicole ma io mi fissai per alzarle. La spuntai ma alla fine capii che per loro erano cifre ridicole. Berlusconi non riuscii ad incontrarlo mai in quell’anno al Milan».

E poi a Genova? «Ricordo il sole e il mare, anzitutto. Non ero abituato. E lo stadio di Marassi che secondo me è unico, accogliente, molto caldo, rimasto vecchio ma romantico. Che brividi».

Dove viveva? «A Quarto, vicino ai Sette Nasi, si stava da Dio, ma a me interessava solo allenarmi, non facevo vita fuori».

Rapporti coi compagni? «Per me era un sogno. Da Antonioli, impressionante, a Flachi, fortissimo, per me era tutto un sogno, magico. Era un gruppo speciale che infatti ottenne quello meritava».

E con mister Novellino? «Non sempre facile, ma era una persona di buon cuore».

E con l’italiano? «lo ero una lavatrice linguistica: prima Italia al Milan, poi a Lisbona, poi di nuovo Italia alla Samp. Farmi capire non era semplicissimo. Alla fine ho parlato anche il barese. Basta aver pazienza».

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