Ripresa campionato, tutte le tifoserie unite e compatte: “questo non è calcio”.

Il calcio prova a ripartire, i gruppi ultrà si schierano contro. Divisi dal tifo ma compatti nel prendere posizione contro il tentativo dei club di portare a termine la stagione. In prima linea ci sono le tifoserie rossoblucerchiate.

A cominciare dagli Ultras Tito Cucchiaroni. «Senza tifosi non è calcio, è solo business, e noi diciamo no. Tutti noi ci siamo innamorati del calcio da bambini. Negli anni i troppi soldi, i troppi interessi, il colpevole consegnarsi mani e piedi alle tv, hanno fatto in modo che il caldo diventasse un’industria e non più uno sport. Ora la dimostrazione: in una situazione emergenziale l’unico pensiero dei “signori del pallone” è riprendere a giocare. Dicono “i campionati devono ti prendere, e pazienza se a porte chiuse”. Ovvero senza i tifosi. E tifosi non contano, contano solo i soldi. Noi però siamo tifosi. E non riusciamo a concepire una partita di pallone in uno stadio spoglio di colore e di calore. Un giorno si dovrà tornare a giocare ma non a queste condizioni e soprattutto non a porte chiuse».

Anche i Fieri Fossato, altro gruppo della Sud, ha detto no. «Lascia increduli la possibilità di una ripresa con obbligo di tamponi ai giocatori (…) Un privilegio inaccettabile, soprattutto alla luce dei problemi che il sistema sanitario sta avendo».

E la Federclubs: «A porte chiuse non è calcio per le associazioni di tifosi».

Nessun derby, nessuna divisione. Anche i gruppi della Nord si sono sulla stessa lunghezza d’onda, al pari di Acge Figgi do Zena. «Per noi il calcio è quello che giochi da quando sei bambino, con addosso la maglia della tua squadra, sognando un gol sotto la curva quella stessa curva in cui la domenica segui la partita accanto al papà o al nonno, quella stessa curva che diventerà la tua seconda casa. Per noi il calcio è aggregazione, è viverlo 7 giorni su 7, è andare in trasferta facendo centinaia e centinaia di chilometri. Per noi il calcio ha dei valori, per voi invece ha solo il profumo dei soldi».

Duri anche quelli di via Armenia 5R. «Questo “calcio” non rispetta un’intera nazione colpita da una tragedia ancora piena di punti interrogativi sul futuro. Questa stagione per noi è finita non perché ci volete fuori, ma perché con un simile governo del calcio non vogliamo avere nulla a che fare».

La protesta compatta contro la decisione di ripartire ha unito anche due tifoserie storicamente rivali come Atalanta e Brescia, accomunate però dal dolore per i tanti morti che hanno colpito le loro città. I bergamaschi hanno ribadito alla Figc: «Volete giocare per la gente e per gli italiani e non lo fate per i soldi? Allora fate una cosa: invece di patetiche dichiarazioni dimostrartelo con i fatti. Giocate gratis». Anche i “colleghi” della Spal hanno reagito con forza: «Il calcio è della gente, ed è giusto che il calcio ne rispetti i problemi, ne rispetti il lutto, rispetti un lasso di tempo minimo in cui fare silenzio, che non potrebbe di certo essere quello simbolico e ipocrita del minuto a inizio partita, ma un tempo più lungo e giusto, a misura d’uomo. Il calcio è un mondo ricco, troppo ricco (…) Ci si fermi. A noi non interessano le decisioni che verranno prese in merito alla classifica (…). A noi interessa che la nostra maglia venga onorata sul campo. Rivederla sui rettangoli di gioco fra un mese non farebbe di certo risplendere i suoi colori, anzi, la vedrebbe ricoperta d’onta. Ed è una vergogna che noi non vogliamo vivere e di cui non vogliamo essere complici».

La battaglia dei tifosi, il “fronte del no” non riguarda solo l’Italia, in Spagna ha unito 37 gruppi e ha compattato ad esempio le tifoserie tedesche, in primis quella del Bayern che ha messo nero a su bianco: «Le partite fantasma non sono una soluzione. La ripresa del calcio non è giustificabile nella situazione attuale. Il calcio è estremamente importante, ma se per settimane è stata segnalata difficoltà nell’effettuare i test per il coronavirus, l’idea di sottoporre a screening i giocatori di calcio a frequenze estremamente elevate è semplicemente assurda». In Bielorussia si è continuato a giocare, il premier Lukashenko ha individuato nella sauna e nella vodka le armi per battere il virus. Gli ultrà hanno però disertato gli stadi, in alcuni casi sono fatti sostituire da cartonati.

Il Secolo XIX

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