Don Giani: “Con la mascherina blucerchiata ho voluto regalare un sorriso ai miei amici doriani”.

La messa al tempo del coronavirus? Sì, ma con la mascherina blucerchiata. Succede nella campagna toscana, a 5 km da Fucecchio, dove don Tommaso Giani, 37 anni, sampdoriano fino al midollo, ha regalato ai tifosi blucerchiati un’emozione intensa divenuta virale sui social.

Il Secolo XIX lo ha intervistato, ecco le sue parole:

«Non è stata una carnevalata, semplicemente ho voluto regalare un sorriso ai miei amici doriani e così ho chiesto a un’amica di farmi questa foto…».

Ma i fedeli le hanno detto qualcosa?

«Per la verità no. Siamo in un paesino in Toscana, l’età media della messa è abbastanza alta, molti non avranno neppure collegato la mia mascherina a una squadra di calcio. Fosse successo a Genova non ne parliamo (sorride)».

Lei è di Pontedera, ha studiato a Pavia, preso i voti a San Miniato. Perché doriano?

«L’ho già raccontato molte volte in passato: merito degli studi all’università a Genova, negli anni favolosi di Cassano, e al fatto che al cuore non si comanda».

La stanno chiamando in tanti dopo questa foto sul web?

«Sì, qualcuno sì, in realtà non posso dire di essere contentissimo perché è stato un gesto simpatico ma non vorrei venisse interpretato appunto come una carnevalata. L’ho fatto solo per regalare un sorriso in un periodo per tutti difficile. Teniamo anche conto che la mascherina dobbiamo indossarla tutti per forza e in fondo per metterla di un altro colore ho optato per i colori più belli del mondo: i nostri ovviamente»

Dove nasce quella mascherina?

«Anche lei, come me, qui nelle campagne toscane: la produce una ditta di Fucecchio che a quanto mi risulta ha avuto un ottimo riscontro. D’altra parte l’accostamento dei nostri colori è unico, è innegabile».

Lei già da seminarista aveva fatto un’impresa dorianissima: Genova-Novi Sad in autostop per quel maledetto preliminare di Europa League 5 anni fa.

«Diciamo che in quella circostanza il mio pellegrinaggio non ha portato troppo bene purtroppo (sorride)».

Genova è solo la Samp?

«No, non solo. Ho radici familiari, tanti amici, tanti ricordi degli studi e naturalmente l’esperienza nella comunità di Don Gallo, al fianco a un sacerdote di strada che mi ha lasciato una traccia indelebile dentro. E poi, ovvio, la Samp».

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