Scudetto Samp, Lanna: “La viviamo con ironia e orgoglio. Abbiamo scritto la storia da giovani e adesso siamo uomini».

Marco Lanna, l’unico tra i protagonisti dello scudetto a essere genovese e sampdoriano, ha rilasciato una lunga intervista al Secolo XIX.

«Per me è stata la stagione della consacrazione sia a livello
personale che professionale. Sono stato anche fortunato. Ho giocato tante partite, un anno magico arrivato dopo un periodo di crescita personale e collettiva, nel quale abbiamo preso consapevolezza della nostra forza. Avevamo delle avversarie toste e forti, ma lo scudetto ce lo siamo cuciti sul petto noi. E quello scudetto resta, a tutti gli effetti, l’ultimo vinto non… da una delle solite».

«In quel periodo mi è capitata una cosa che non ho mai più provato in seguito. Andavo a dormire la sera e non vedevo l’ora che suonasse la sveglia per andarmi ad allenare. D’estate andavo in vacanza e non vedevo l’ora che finissero per andare in ritiro. Suona tutto un po’ come una follia, in particolare perché il ritiro è uno dei periodi più faticosi dell’anno. Invece per noi stare insieme era davvero una vacanza continua l’allenamento era divertimento e fuori ti perdevi tra una chiacchiera e l’altra. Piacevolmente».

«Io vivevo ancora a casa dei miei genitori, avevo 23 anni. Ci stavo bene. Penso di essere stato un caso un po’ anomalo, non credo che Maldini a 23 anni stesse ancora con i suoi… inizialmente per me giocare a calcio era un divertimento, non avevo l’ossessione di diventare calciatore, mi piaceva moltissimo giocare a pallone. Diciamo che il professionismo è arrivato più di quanto io l’abbia cercato. E
riuscire a fare parte di quel gruppo mi ha consentito di fare il calciatore esaltando l’amore che provavo per questo sport. Sì, certo, ero di Genova, per strada capitava di incontrare sampdoriani, che mi incitavano, e genoani, che mi sfottevano. Ma questa città sotto questo profilo ti permette di vivere tutto con grande equilibrio. Quindi, facevo una vita tranquilla. Certamente, ero giovane, qualche uscita me la facevo, come tutti i ragazzi della mia età, ma non ero un festaiolo».

«Quando penso a quegli anni là, a quell’anno là, mi viene ancora la pelle d’oca. Ancora oggi quel clima mistico si ricrea quando ci ritroviamo tra vecchi compagni nelle cene che ogni tanto
organizziamo in giro per l’Italia. E non credo che capiti a tutti, frequentemente, di fare parte di un’emozione che non ha mai fine».

Quanto eravate consapevoli di essere protagonisti di un’epopea? Il futuro vi preoccupava? «In realtà no, non pensavamo al futuro. Vivevamo il presente, eravamo tutti giovani, a parte magari Dossena e Vierchowod che avevano qualche anno in più. E Toninho che va bene, lui è nato così, anziano… Sapevamo che stavamo realizzando qualcosa di eccezionale e pensavamo che vincendo anche la Coppa dei Campioni la magia forse sarebbe durata ancora di più. Invece la sconfitta di Wembley ha cambiato tutto. Ma ci siamo goduti a fondo quei momenti belli e con il senno di poi abbiamo fatto bene a vivercela così».

Cos’era il Mugnaini? «Un’isola felice. Da quando entravi a quando uscivi un susseguirsi di battute, una dietro l’altra, su come ti eri pettinato, come ti eri vestito… Bosotin poi da solo faceva ogni giorno uno show, le sue imitazioni erano irresistibili… Allora, diciamo che il fatto che ci divertissimo alla grande è risaputo e conclamato. Però, come dappertutto, sono arrivati anche dei momenti difficili. E in quella bella stagione là per noi arrivò a gennaio, un punto in tre partite tra Torino, Lecce e Lazio. Si decise di fare una cena chiaricatrice alla “Beccaccia” di Rapallo. Solo noi calciatori. Io ero giovane, non ricordo praticamente di avere aperto bocca. Ma i big loro sì, tirarono fuori tutti i sassolini dalle scarpe, anche con toni accesi, che cosa e perché non stava più funzionando. E da lì ripartimmo, la partita successiva vittoria a Cesena per 1-0. Avevamo avuto la capacità di capire che stavamo rischiando
di farci sfuggire dalle mani la storia. E il gruppo si cementò ulteriormente».

Avete più rivisto delle partite di quel campionato? «Tutti insieme
no. L’ultima volta che siamo stati a Cremona a casa di Vialli, quando aveva organizzato quella partitella, mentre cenavamo aveva poi messo un Dvd con la cronaca di quella stagione, gli highlights. Tutti guardavamo, nessuno diceva niente».

Come state vivendo il trentennale? «Per noi quello scudetto non ha compleanni. È vivo ogni giorno, ne parliamo sempre nella nostra chat. Ogni tanto qualcuno tira fuori una foto e partono i commenti e i ricordi e le battute impietose, quelle soprattutto perché siamo cambiati. Fisicamente ad esempio c’è chi come me ha perso i capelli, chi è ingrassato, chi ha più paturnie. Ma sempre con una vena scherzosa. Cioè, non è che ci rimproveriamo qualcosa… tipo non mi hai passato la palla, hai sbagliato un gol… Pari da questo punto di vista è la memoria storica. Per me in particolare poi è molto più facile sentirmelo sulla maglia ogni giorno, perché vivo a Genova e c’è sempre qualcuno che me lo ricorda. Ce la viviamo insomma con ironia e orgoglio. Di avere scritto la storia da giovani e di essere adesso diventati uomini».

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