Evani: “Mancini è stato perfetto. Il passato comune alla Samp è stato un valore aggiunto”.

Alberico “Chicco” Evani, 58 anni, è il vice di Mancini in panchina e fa parte della pattuglia blucerchiata che tutta Europa sta celebrando per il successo azzurro a Wembley. Non era nella Sampd’Oro e neppure nella finale di Wembley, ma dal 1993-1997 ha vestito il blucerchiato 116 volte (3 gol) e sa cosa significa fare parte della famiglia blucerchiata.

Mourinho ha detto che la vittoria dell’Italia è dipesa dalla cattiva gestione dei rigoristi inglesi: ha detto che i big come Sterling e Shaw si sono eclissati e tutto il peso è rimasto sul giovanissimo Saka che ha sbagliato. Voi, invece, i tiratori come li avete decisi? «Io vi garantisco che nessuno dei nostri si è tirato indietro, anzi semmai abbiamo avuto il problema contrario: li volevano tirare tutti. Tutti volevano prendersi la responsabilità, è stata una bellissima prova di coraggio, io lì ho capito che ce l’avremmo fatta».

E chi ha deciso alla fine? «Beh, naturalmente Roberto, è lui il ct ed è lui che alla fine decide. Ha deciso bene direi, d’altra parte lui è sia un ex campione sia un tecnico intelligente e sensibile e in quei frangenti conta molto la psicologia, più che la tecnica. E lui sa leggerla».

Lei che ne ha fatto parte, cosa pensa del valore aggiunto di questo staff dal passato comune nella Samp? «Che è servito moltissimo, soprattutto sul clima trasmesso alla squadra, ai ragazzi. Oggi i giocatori hanno bisogno di un clima molto sereno in cui poter dare il meglio, lo dico perché avendo lavorato per anni con le nazionali giovanili so che l’atmosfera dello spogliatoio fa la differenza».

Sono forse giocatori un po’ fragili? «Non necessariamente, però se i ragazzi sentono che intorno hanno un ct e un gruppo di lavoro unito, che ha feeling, empatia, si sentono nelle condizioni ideali per dare il meglio. Una battuta, un sorriso, uno scherzo, alleggerisce molto le tensioni che naturalmente si creano in momenti così importanti».

Chi era di voi dello staff il deputato ad “alleggerire” la tensione? «Direi Attilio (Lombardo, ndr), lui anche da giocatore era uno scherzoso, sempre allegro, ironico ed è servito. Toccava soprattutto a lui scherzare ed essere anche un po’ preso in giro. Sto parlando sempre di cose simpatiche, con affetto e rispetto, ruoli maturati in tanti anni di carriera e un po’ rimasti anche oggi. Ma in generale il clima era magnifico, ve lo garantisco e penso si sia percepito anche dall’esterno».

Ora è finita la festa o siete ancora tutti insieme da domenica sera?«Sono arrivato a casa, finalmente, e mi posso rilassare (ride). Va bene la festa ma sono stati due giorni faticosissimi di viaggi, premiazioni, celebrazioni. Fantastico eh, ma faticoso. Io pensavo che al fischio finale fosse finito tutto lo sforzo ma non era così, c’erano ancora due giorni di fatiche».

Lei, Vialli, Lombardo, Salsano, naturalmente Mancini. Ma chi decideva le mosse, le formazioni, le strategie? «E’ sempre Roberto che prendeva la decisioni finali, ovvio. Ma il suo grande pregio è essere uno che coinvolge tutti nelle decisioni e ascolta il parere di tutti. Sia prima delle partite, per prepararle, sia durante, noi tutti facevamo continui summit per portare ciascuno il proprio contributo e dire la nostra. Roberto è uno molto intelligente e senza preconcetti e se qualcuno suggeriva qualcosa di giusto, anche se magari non era stata la sua idea iniziale, ti seguiva. È stato un lavoro di équipe ma non vorrei sminuire il valore di Roberto che non a caso è colui che l’ha messa insieme, questa équipe. I meriti oggettivamente più grandi sono i suoi».

Quindi è davvero una vittoria di Mancini? «Lui ha quella sensibilità del grande giocatore e del grande allenatore, due ruoli diversi che ha saputo fondere. Non tutti lo sanno fare, anzi direi pochissimi. Infatti c’è pieno di ex grandi campioni che non sono riusciti ad avere i suoi risultati come tecnico. Io penso che sia stato perfetto nel suo ruolo come sono stati perfetti i ragazzi e le circostanze. È una vittoria di tutti in cui tanti possono dire di aver, chi più chi meno, contribuito».

Intervista de Il Secolo XIX

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